I Savoia e le leggi razziali

Il 27 gennaio di ogni anno si svolge la Giornata della Memoria, una ricorrenza internazionale istituita dall’Organizzazione delle Nazioni Unite nel 2005 per ricordare le vittime dell’Olocausto, tutte le persone uccise dai nazisti nei campi di sterminio durante la Seconda guerra mondiale. Le principali vittime dell’Olocausto furono sei milioni di ebrei europei.

Nel nostro Paese quest’anno, pochi giorni prima della ricorrenza, i mezzi di informazione hanno parlato di una notizia. Emanuele Filiberto di Savoia (nella foto), nipote dell’ultimo Re d’Italia Umberto II, ha scritto una lettera alla Comunità Ebraica Italiana in cui chiede perdono per le leggi razziali firmate dal bisnonno Vittorio Emanuele III nel 1938, l’anno prima dell’inizio della Seconda guerra mondiale.

Descriviamo il contesto in cui si colloca la notizia.

I Savoia sono la dinastia che ha unificato l’Italia nel 1861. Il nostro Paese è stato una monarchia fino al 1946 quando, in seguito a un referendum, gli italiani scelsero la repubblica. In quell’occasione per la prima volta votarono anche le donne. Nel 2018 la senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta ai campi di sterminio, ha parlato delle leggi razziali con “Il Fatto Quotidiano” ricordando quando, a otto anni, apprese da suo padre di essere stata espulsa da scuola perché ebrea.

La senatrice a vita Liliana Segre ha detto che «oggi bisognerebbe avere la pazienza di leggere tutti gli articoli delle leggi razziali del 1938. Non solo quelli più noti, che ai cittadini italiani di religione ebraica proibivano di andare a scuola, di far parte dell’esercito, di lavorare nell’amministrazione pubblica… Ci sono imposizioni minori, ma non per questo meno gravi. Agli italiani di religione ebraica era proibito tenere cavalli e perfino pezze di lana (così da impedire il lavoro agli stracciai di Roma). Le proibizioni minori volevano raggiungere l’effetto di farti sentire diverso, inferiore, sottomesso».

Ecco alcuni passi della lettera che Emanuele Filiberto di Savoia ha scritto alla Comunità Ebraica Italiana lo scorso gennaio.

«Desidero oggi chiedere ufficialmente e solennemente perdono a nome di tutta la mia Famiglia. Condanno le leggi razziali del 1938, di cui ancor oggi sento tutto il peso sulle mie spalle e con me tutta la Real Casa di Savoia e dichiaro solennemente che non ci riconosciamo in ciò che fece Re Vittorio Emanuele III: una firma sofferta, dalla quale ci dissociamo fermamente, un documento inaccettabile, un’ombra indelebile per la mia Famiglia, una ferita ancora aperta per l’Italia intera.

Scrivo a voi questa mia lettera, sinceramente sentita e voluta per riannodare quei fili malauguratamente spezzati, perché sia un primo passo verso quel dialogo che oggi desidero riprendere e seguire personalmente».

Quali sono state le reazioni?

Per Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, l’iniziativa «è da ritenersi ad esclusivo titolo personale, rispondendo ciascuno per i propri atti e con la propria coscienza. È verso i giovani del nostro Paese, dell’Europa che ci riunisce intorno ai valori fondamentali dell’uomo, che la condanna – non la richiesta di perdono per riabilitare il casato – va rivolta, affinché dicano il più convinto “mai più”».

La Comunità Ebraica Romana ha risposto con un comunicato. «Prendiamo atto delle dichiarazioni di Emanuele Filiberto di Savoia. Ciò che è successo con le leggi razziali, al culmine di una lunga collaborazione con una dittatura, è un’offesa agli italiani, ebrei e non ebrei, che non può essere cancellata e dimenticata. Il silenzio su questi fatti dei discendenti di quella Casa, durato più di ottanta anni è un’ulteriore aggravante. I discendenti delle vittime non hanno alcuna delega a perdonare e né spetta alle istituzioni ebraiche riabilitare persone e fatti il cui giudizio storico è impresso nella storia del nostro Paese».

Per Ricardo Franco Levi, presidente dell’Associazione italiana editori, «il perdono è sempre individuale. Avrebbe dovuto chiederlo Vittorio Emanuele III che ebbe tempo di farlo ma scelse di non farlo. Nell’anno in cui siamo, 2021, che un europeo, un italiano e persona degna consideri le leggi razziali italiane una vergogna e un abominio mi sembra dovuto e naturale».

Per il professor Giovanni Sabbatucci, un importante studioso del fascismo, «questa cosa non ha tanto senso a ottant’anni di distanza, ma meglio una scusa di troppo che una di meno». Per Corrado Augias, scrittore e giornalista, la lettera di Emanuele Filiberto di Savoia è un gesto tardivo, ma apprezzabile.

Armando Guida

 

Foto nell’articolo:

https://commons.wikimedia.org/wiki/File:PortraitContent2.jpg

Autore: Dmartinez100

his file is licensed under the Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International license.

0 comment
0

Puó anche interessarti

Leave a Comment

Istro utilizza cookie per fornire la necessaria funzionalità del sito e migliorare la tua esperienza di navigazione. Continuando la navigazione su questo sito, accetti la nostra Privacy Policy e l'informativa sui Cookies Accetto Leggi di piu'

Privacy Policy & Cookies