Il caso Genovese

Nelle scorse settimane i mezzi di informazione hanno parlato spesso di Alberto Genovese, l’imprenditore di quarantatré anni arrestato lo scorso novembre con l’accusa di avere stuprato una ragazza diciottenne durante una festa nella sua casa a Milano. Genovese è stato anche accusato di spaccio di droga e sequestro di persona; inoltre adesso è indagato per altri possibili casi di violenza sessuale di ragazze. Ci sono state molte polemiche su questo caso, di seguito riportiamo l’opinione di Annamaria Bernardini De Pace, avvocato e saggista e di Antonella Boralevi, scrittrice e giornalista.

L’avvocato Annamaria Bernardini De Pace è stata intervistata da “Libero”. “Il grande equivoco è scambiare la responsabilizzazione della donna per la sua colpevolizzazione. Quando si verifica uno stupro è scontato che l’uomo sia colpevole. Prendiamo proprio il caso di Alberto Genovese, è evidente che è un criminale; infatti sta in carcere. Però la ragazza ha delle responsabilità in quello che le è successo. Io, se qualcuno mi avesse portato in un posto del genere, sarei fuggita immediatamente, e ho insegnato a fare lo stesso alle mie figlie.

Oggi il politicamente corretto non consente di parlare delle donne come di persone che si possono difendere. E per questo io lo detesto. In questo modo si azzera il ruolo della donna, si tradiscono anni di battaglie per la parità e, alla fine, si mettono nei guai le ragazze anziché proteggerle, perché non si insegna loro a guardarsi dai pericoli.

Se ti violentano la domenica mattina mentre fai jogging al parco, non ti puoi rimproverare nulla. Ma se vai a un droga party, ti fai sequestrare il telefonino e assumi stupefacenti, ti sei messa in una situazione a rischio, che vivi o per ingenuità o perché ti interessava essere lì. Non esiste il diritto di investire, ma non mi vorrà mica dire che se una ragazza viene travolta sulle strisce pedonali o mentre attraversa a piedi un’autostrada di notte, la sua parte di responsabilità in quel che le è successo è la medesima? Così come gli incidenti, anche gli stupri si dividono, in base alle circostanze, tra imprevedibili e probabili”.

Ecco che cosa ha detto la scrittrice Antonella Boralevi nella sua rubrica su “La Stampa”. “Voglio dirlo con chiarezza, molto forte: nessuna donna è mai colpevole della violenza che subisce, non lo è né perchè è andata in quel certo posto, né perchè si è vestita in un certo modo, né perchè ha detto qualche cosa. Ogni donna è libera di andare dove vuole, di vestirsi come vuole, ma non per questo deve diventare colpevole se drammaticamente subisce una violenza.

Tuttavia noi dobbiamo provare a far capire alle ragazze che il loro universo di riferimento non può essere chi raccoglie followers in internet mostrando il sedere, perchè mostrare il sedere non è un valore, ma una umiliazione. Analogamente se noi continuiamo a dire che la prostituzione è una professione, alteriamo non solo i fatti, ma anche la psiche delle ragazze giovani che non sanno ancora difendersi. La prostituzione non è una professione, è una umiliazione.

Noi dobbiamo fare in modo che le nostre figlie non credano alle favole marce come quella di Alberto Genovese, dobbiamo prenderle per mano e spiegare che non è da desiderare un mondo dove c’è una seminuda in piscina che beve un calice di champagne. Dobbiamo cambiare questa debolezza delle nostre ragazze e fornire a tutte indistintamente la capacità di ragionare con la loro testa e con i loro valori”.

Armando Guida

 

Foto nell’articolo:

https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Walk_Shoes-18_(7118984733).jpg

Autore: Tulane Public Relations

This file is licensed under the Creative Commons Attribution 2.0 Generic license.

0 comment
0

Puó anche interessarti

Leave a Comment

Istro utilizza cookie per fornire la necessaria funzionalità del sito e migliorare la tua esperienza di navigazione. Continuando la navigazione su questo sito, accetti la nostra Privacy Policy e l'informativa sui Cookies Accetto Leggi di piu'

Privacy Policy & Cookies