L’inclusione sociale

Fino a pochi giorni fa una scuola pubblica di Roma nel proprio sito internet scriveva che i suoi alunni studiavano in sedi differenti a seconda del ceto sociale, da una parte quelli più poveri e da un’altra parte quelli più ricchi. Quando la notizia è stata ripresa dai mezzi di comunicazione ci sono state diverse proteste e le frasi in questione sono state tolte. L’episodio fa riflettere perché la scuola dovrebbe essere un luogo di inclusione sociale, una palestra dove si impara, oltre alle nozioni, a stare con tutti gli altri. Temo, però, che questo sia un altro campanello d’allarme di un tessuto sociale che già da un po’ di anni si sta sfilacciando, a causa principalmente della crisi economica iniziata nel 2008 che ha ridotto il ceto medio.

Adesso ci sono meno persone che stanno bene e più persone che stanno male, perché hanno difficoltà ad arrivare alla fine del mese. In tal senso dobbiamo leggere un’altra notizia recente, che in Italia ben sette milioni di famiglie vanno avanti soprattutto con le pensioni di genitori e nonni, e cioè grazie al lavoro che è stato e non grazie al lavoro presente che invece diminuisce, oppure che spesso ha delle retribuzioni inadeguate rispetto all’aumento del costo della vita. Prova ne è anche il grande numero di persone, soprattutto giovani, che vanno a vivere all’estero in cerca del lavoro per cui hanno studiato, oppure di un lavoro più retribuito.

Armando Guida

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