COSA E’ IL LAVORO?

Cosa è il lavoro?

Come mai e quando è stato “inventato”?

Ma serve davvero lavorare?

Vediamo di rispondere per gradi.

Secondo quando riporta wikipedia, la parola lavoro deriva dal latino “labor”, che significa FATICA.

Un altro termine per indicare lavoro è la parola TRAVAGLIO,  anche questa deriva dal latino “tripalium”, ed era uno STRUMENTO DI TORTURA.

In inglese la parola “labour” indica il travaglio, il momento molto doloroso per la puerpera nel quale il futuro nascituro viene alla luce.

Se questi sono gli inizi, il lavoro non promette nulla di buono.

Il nostro solito uomo primitivo, quello incontrato nell’articolo “Storia dell’Agricoltura” nella sezione “La Terra, Fonte di Vita”, quando è sceso dall’albero e ha deciso di evolversi da scimmia in uomo, si è reso subito conto di una cosa: che sarebbe stata dura, che avrebbe dovuto faticare come una bestia per scrollarsi di dosso la postura dei suoi amici scimmie e camminare finalmente in posizione eretta.

Probabilmente è stato in quel momento che ha inventato il LAVORO.

Ha realizzato che doveva lavorare, faticare, impegnarsi in tutto quello che faceva per ottenere dei risultati. Ha capito che avrebbe dovuto dedicarsi ad “…un’attività produttiva che implica il dispendio di energie fisiche ed intellettuali per raggiungere uno scopo prefissato, ed in generale per procurare beni essenziali per vivere o altri tipi di beni, non solo attraverso un valore monetario acquisito da terzi come compenso…” (wikipedia docet).

Cosa vuol dire?

Che occorreva fare un lavoro, come ad esempio tagliare la legna che serviva a costruire capanne e ad alimentare il fuoco, imparare a forgiare il ferro per poi costruire gli strumenti necessari per fare altri tipi di lavoro, e così via. E doveva anche farli bene, questi lavori, altrimenti le persone che ne avrebbero poi usufruito non lo avrebbero ripagato adeguatamente con merce di scambio o con denaro.

Aveva capito che il lavoro era necessario per sopravvivere.

Già millenni fa il lavoro è stato organizzato in diverse categorie: chi lavorava la terra, chi allevava gli animali, chi si dedicava alla guerra, chi costruiva le case,  chi governava, chi faceva il filosofo, e così via.

Appare chiaro che il lavoro si può dividere in due grandi categorie da quasi subito la sua invenzione: da una parte chi fatica tanto, soprattutto con il corpo, e dall’altra chi fatica soprattutto con la mente, col ragionamento e la dialettica, cioè l’arte del sapere parlare.

Quindi lavori manuali da una parte e lavori intellettuali dall’altra.

Già da subito è stato messo in chiaro che qualcuno doveva obbedire a testa bassa e qualcun’altro poteva permettersi di dare ordini.

Distinzione iniziata con la preistoria e che è poi durata per tutto il corso della storia.

E questa divisione netta tra “sottomessi” e “dominanti” continua tuttora, soprattutto grazie alla confusione generale che regna tra di noi.

Io, se fossi nei panni del lettore, mi chiederei: “…e quale sarebbe questa confusione generale? Mi sveglio tutte le mattine per andare al lavoro quando non lo vorrei fare, sono costretta ad interagire con colleghi o clienti che eviterei se potessi, e mi affanno per pagare le bollette, l’affitto, per fare la spesa e poi ricominciare tutto daccapo giorno dopo giorno. Mentre, se potessi scegliere, me ne starei ad oziare tutto il tempo in una spiaggia alle Maldive (dove non sono mai stata)…”

Dove sarebbe la confusione!

Spiegatemela, per favore.

Il punto è che oggigiorno tutti vogliamo lavorare il meno possibile ed ottenere il massimo guadagno.

Senza sforzo o impegno. E già questo è difficile, a meno che non ci si serva dell’inganno.

Il punto è che vediamo le persone intorno a noi, sui giornali, che sono ricche, che non hanno problemi di soldi e ci sembrano felici. E vorremmo essere come loro.

Ma queste persone sono veramente felici?

George Michael era ricco. Eppure sembra fosse depresso poco prima della sua morte.

Eppure era ricco e aveva una casa splendida.

Cosa gli mancava?

Il punto è che, sin dalla notte dei tempi, abbiamo creato il binomio LAVORO=DENARO=FELICITA’.

Certo, se fossi ricco non avrei problemi a pagare le bollette, avrei una bella casa, farei tante vacanze, o meglio, non farei nulla.

Ma sarei poi felice?

I soldi non comprano la salute: possono permettermi cure alle quali non  potrei accedere se non avessi i soldi per pagarmele, ma non me la garantiscono.

Steve Jobs è morto per un tumore al pancreas, e nonostante la ricchezza che aveva gli abbia permesso di usufruire delle migliori cure, è pur sempre morto a 56 anni, all’apice del successo.

I soldi aiutano(e come ne vorrei), non c’è dubbio.

Ma non fanno la differenza.

Il punto è che il lavoro serve ANCHE perchè ci permette di mantenerci.

Il punto è che il lavoro ha un significato che si è perso di vista nel tempo, ed è il lavoro stesso che non ci permette più di distinguerlo chiaramente.

Siamo troppo concentrati su fatto che non abbiamo denaro a sufficienza, il desiderio di posserne di più, la voglia di potere, di comandare, di “fregare” il mio collega cercando di affibbiargli il mio lavoro o di scaricare su di lui i miei errori e responsabilità, odiare il mio capufficio perchè è un tiranno, costretti a stasre nella categoria dei “sottomessi” o dei “dominanti”… e chi più ne ha, più ne metta.

Ma allora, se la nostra vita di tutti i giorni è piena di questi pensieri, di questi intenti, di questi problemi, è ovvio che si perda di vista il vero significato del lavoro.

E può sembrare paradossale, ma il vero lavoro non è quello che svolgiamo ogni giorno, dalle 8 alle 17.

Quello è un diversivo.

Il vero lavoro, la vera fatica di tutti i giorni, è quella di RICORDARE perchè lavoriamo e tenerla sempre bene a mente, perchè altrimenti si dimentica subito.

Il punto è che il significato del lavoro è quello di ricordarci costantemente che siamo qui, sul pianeta Terra per un motivo particolare.

Che, per quanto paradossale possa sembrare, dobbiamo ringraziare ogni giorno di avere, con ogni nuovo giorno che inizia, una nuova possibilità di fare meglio di ieri.

Che ci sarà di sicuro un motivo per le cose che mi accadranno oggi durante il mio lavoro, a prescindere che siano positive o negative.

Che il lavoro è una possibilità che ho per emanciparmi, per migliorarmi.

E’ una chance che mi viene concessa ogni santo giorno, e sarebbe un peccato farsela scappare.

È la possibilità che mi viene data ogni giorno per ringraziare di essere qui e per i privilegi che mi vengono concessi.

Anche se a me non sembrano privilegi, ma semplicemente cose scontate e dovute.

Ecco degli esempi di cose che diamo per ovvie e che in realtà non lo sono.

Sono sana. Ad altri non è stato concesso (leggi sopra).

Non sono depressa. Ad altri non è stato concesso (leggi sopra).

Ho un cervello (anche se a volte dubito della mia intelligenza..), due mani che funzionano, riesco a camminare da sola. Ad altri non è concesso.

La vita dovrebbe essere un ringraziamento continuo tramite il lavoro.

Perchè anche avere un lavoro da svolgere è un privilegio.

E Sant’Agostino lo aveva capito.

Sua è la frase “ORA ET LABORA”. Prega e lavora.

Perchè  alla preghiera mentale si affianca il lavoro, forma di preghiera fisica, di ringraziamento tramite il corpo verso il Signore per il privilegio che si sta ricevendo ogni giorno.

Questo è il vero significato e obiettivo del lavoro.

Ringraziare per avere un lavoro.

Rispettarlo. Perchè se lo rispetto, vuol dire che, prima di tutto, rispetto me stesso.

Svolgerlo al meglio.

Cogliere questa opportunità che mi viene concessa per evolvermi e migliorarmi.

Questo è il vero significato del lavoro.

Detto ciò, dopo queste pillole di saggezza, procediamo e vediamo insieme quante possibilità… pardòn, quanti tipi di lavoro esistono.

Lorena

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